Condanna del card. Zen (Hong Kong): la Chiesa di Francesco si piega al comunismo?

Joseph Zen Ze-kiun, vescovo emerito di Hong Kong e punto di riferimento del cattolicesimo cinese, indomito difensore della libertà della Chiesa.

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Dicono le agenzie di stampa internazionali che i video messi in onda dalle tivù statali cinesi sulle partite del mondiale di calcio in corso in Qatar siano tutti rigorosamente “censurati”, rispetto alle immagini delle tribune: i tifosi che assistono alle partite, in sostanza, non vengono mostrati al miliardo e mezzo di cinesi perché sono …. senza mascherine!
Il pericolo viene proprio dagli spalti degli stadi dei mondiali, dove decine di migliaia di spettatori sono tranquillamente senza mascherine, mentre il regime comunista cinese le impone tuttora con durezza, perché sta portando avanti ormai da due anni una politica “Covid zero”, basata su restrizioni assolute, lockdown per intere città e regioni, divieti di uscire da casa per settimane se non mesi per milioni di persone, prigionia dei lavoratori  che non possono muoversi dalle officine perché chiamati a proseguire la produzione altrimenti crolla l’economia del grande paese.
Una vera e propria dittatura sanitaria che potenzia la dittatura politica di sempre e che si fonda anche sull’utilizzo del loro “green pass” senza il quale un cittadino non solo non può muoversi, ma viene privato delle principali libertà, con i conti correnti bloccati, il lavoro sospeso e nessuna possibilità di condurre una esistenza normale.
Da tutto questo vengono gli incidenti degli ultimi giorni in alcune grandi città della Cina, di cui ci sono giunte notizie ed immagini.
Le manifestazioni e gli scontri tra i cittadini stanchi delle restrizioni e la polizia e l’esercito messi in campo per sedarle, ci parlano di un paese che non ha perso la sua abitudine alla repressione violenta, tipica di ogni regime dittatoriale: da Pechino è partito l’ordine di intervenire per piegare la resistenza con ogni mezzo, per non rischiare l’effetto-contagio che metta in forse un potere che dagli anni ’50 e sino ad oggi è stato totale ed indiscusso.
Quindi non fa specie che sia passata pressoché inosservata un’altra notizia che viene dalla Cina: la condanna dell’anziano cardinale Zen, vescovo emerito di Hong Kong, da parte del tribunale che lo ha riconosciuto colpevole di sedizione e resistenza antistatale, insieme a un gruppetto di suoi collaboratori, per aver raccolto e distribuito fondi ai contestatori della progressiva sinizzazione della ex-colonia britannica, ormai definitivamente inglobata nella casa madre comunista.
Zen, 90 anni, è un cardinale “all’antica”, totalmente contrario a trattare con i comunisti e difensore della autonomia della Chiesa rispetto ad ogni pretesa di controllo da parte di poteri terreni, specie quello di autorizzare la scelta dei vescovi a meno che non siano “ubbidienti”, in questo caso, verso il partito comunista di Xi Jinping.
La Santa Sede ha glissato, in una sorta di imbarazzante silenzio, su tale condanna come fosse un evento di secondo piano, in quanto era impegnata al rinnovo degli accordi per la nomina dei vescovi e una serie di altri contenuti relativi alla presenza della Chiesa sul suolo cinese.
E’ parso di capire che tale atteggiamento  “morbido” sia stata voluto per non irritare il proprio interlocutore, anche se all’interno della Chiesa si sono subito levate voci critiche sull’eccessiva arrendevolezza vaticana nei confronti della Repubblica popolare cinese, facendo notare tra l’altro che anche questa volta, come alcuni anni fa, il testo dell’accordo sia rimasto segreto.
L’estrema prudenza della diplomazia vaticana è forse in parte spiegabile con i forti limiti che lo Stato cinese pone alla presenze religiose in genere e a quella cattolica in specie: basti pensare, per citare alcuni aspetti concreti, che non è possibile pubblicizzare gli orari delle messe nelle poche chiese in funzione; che gli stessi orari vengono spesso modificati per evitare che si creino “abitudini” alla frequenza religiosa; che chiunque entra in una chiesa cattolica viene fotografato e schedato; che non è possibile detenere libri a contenuto religioso se non su concessione delle autorità; che non sono possibili riunioni private di preghiera o associative nelle case per timore che si creino “cellule” di ribellione, e così via.
Questa dei rapporti con la Cina comunista è una delle tematiche che più muovono i cattolici contrari alla visione di Papa Francesco a una forma di contestazione esplicita della linea che ha impresso al suo pontificato.
Piegarsi ai voleri di una dittatura marxista che abbraccia quasi un quarto della popolazione mondiale – dicono – equivale a rinunciare al proprio compito di annunciatori del Vangelo, azione che viene di fatto assoggettata ai voleri della ideologia comunista e ai soprusi che la stessa non si fa problemi a mettere in atto.
L’attività di sostegno umanitario ai manifestanti (per lo più giovani studenti) per la libertà di pensiero e di espressione che il cardinale Zen ha promosso viene considerata altamente pericolosa dal regime e deve essere punita in maniera esemplare, anche se questo stesso uomo ha 90 anni ed è stato, nei fatti, “scaricato” dalla Chiesa di cui è espressione e che ha difeso per tutta la sua vita in maniera eroica e coerente.
Sarà giusta la strategia del Papa di non urtare il colosso comunista, o risulta un “tradimento” del suo mandato di successore degli Apostoli?
Sarebbe forse stato più onorevole un confronto leale ed aperto, rinunciando alla trattativa e alla sottomissione per la nomina di vescovi “benevoli” verso il regime?
Secondo Zen, che qualche tempo fa intendeva spiegare a voce al Papa la sua visione e non venne ricevuto in Vaticano da Francesco, con un rifiuto ritenuto non solo uno sgarbo ma anche un disconoscimento della sua testimonianza pluridecennale.
Era meglio “tenere duro”, far giungere al mondo libero la voce delle comunità cattoliche represse dal potere, sollevare campagne di opinione pubblica internazionale che avrebbero potuto influenza lo Stato cinese a qualche magari timida “apertura”.
Con questo cedimento invece il comunismo vince su tutta la linea; i post-comunisti occidentali, che per lo più non hanno mai rinnegato fino in fondo la natura illiberale del proprio credo ideologico, sono tranquilli perché, non rilevando l’opposizione della Santa Sede, non sono tenuti a prendere posizione a favore della libertà per la Chiesa in Cina.
Gli unici a non essere tranquilli, anzi ad essere ancora di più a rischio di arresti e persecuzioni, sono proprio i credenti cinesi, nascosti tra un miliardo e più di concittadini ufficialmente atei, ma forse solo in attesa che cada la dittatura comunista per tornare a ricercare il senso trascendente della esistenza ….
La Santa Sede oggi esprime la visione di Papa Francesco che si comporta spesso da “progressista” e che si è definito, con celia molto indicativa, “un po’ sinistrino”.
Egli preferisce cercare di andare d’accordo con i suoi interlocutori comunisti, rinunciando a prerogative che la Chiesa prima di lui ha sempre intese come fondamentali.
Occorre vedere se – alla lunga – avrà avuto ragione lui con una furbizia gesuitica finto-accondiscendente, oppure se non avrà prodotto l’esito di scoraggiare e disperdere i credenti clandestini che fino ad oggi, nei più segreti angoli della Cina.
Sentivano di avere una missione di testimonianza magari fino al rischio della prigionia e al martirio.
Se tra i vertici della gerarchia cattolica nessuno si oppone più, che cosa potranno fare i semplici fedeli se non arrendersi tristi e scoraggiati?
Il Credente

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