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mercoledì, Febbraio 8, 2023

L’Urlo di Michelangelo Severgnini

Questo film circola più o meno meno alla stessa maniera. Poiché la produzione ha deciso di non distribuirlo in nessuna forma (in rete o televisiva o nelle sale) l'autore, gli autori, sono costretti a presentarlo loro con la collaborazione di qualche volenteroso gruppo di attivisti o di qualche associazione culturale sensibile al tema.

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https://youtu.be/ykx_lqVbg6Y 

Ieri sera sono andato a vedere il film-documento “L’urlo.

Schiavi in cambio di petrolio” di Michelangelo Severgnini .
Che è una specie di samidzat.
I samidzat erano manoscritti o ciclostilati del “dissenso” (politico, religioso, culturale) che circolavano clandestinamente nel blocco sovietico tra gli anni 50 e gli anni 70 e che solo così potevano circolare per aggirare la censura.
Questo film circola più o meno meno alla stessa maniera.

Poiché la produzione ha deciso di non distribuirlo in nessuna forma (in rete o televisiva o nelle sale) l’autore, gli autori, sono costretti a presentarlo loro con la collaborazione di qualche volenteroso gruppo di attivisti o di qualche associazione culturale sensibile al tema.
Se non è censura sovietica poco ci manca.
E quale è il tema del film così urtante tanto da essere costretto a circolare quasi clandestinamente nella parte più libera del mondo che non ammette censure per principio?
Il trattamento da lager nazisti riservato ai migranti intrappolati in Libia?
No.

Quella è ormai cosa notissima tanto da non suscitare che alzate di spalle.
Il racconto di storie estreme di razzismo, di stupri seriali e di massa, di violenze indicibili, di caterve di morti annegati nel canale di Sicilia spolpati dai pesci e dall’acqua salata?
Neppure.

Anche queste sono cose note a chiunque.
La guerra tra fazioni sanguinare seguita ai bombardamenti liberatori contro Gheddafi che hanno ridotto la Libia ad un inferno?
Nemmeno.

Lo sappiamo tutti.

Il film documentario, a me è piaciuto molto, finalmente si tratta il problema in maniera seria, e mettendo in evidenza quelle che sono le reali circostanze, e quale sia il terribile dramma di chi lascia la propria terra , la propria casa, e i propri affetti, attratto da una non corretta narrazione.

L’Europa non è più una destinazione per gli Africani, ma si è trasformata in esca, in strumento di raggiro, in miraggio mortale.

“In Libia, la schiavitù è stata ripristinata.

L’Europa l’ha provocata, l’ha permessa e ne trae beneficio.

In caso di necessità, l’UE ha i propri schiavi di riserva appena oltremare”.

Questo è il messaggio consegnatoci da 3 ragazzi africani appena sbarcati in Sicilia, dopo aver attraversato il deserto e il mare e soprattutto dopo essere stati usati come schiavi in Libia.

La situazione sul terreno, fuori controllo e gestita da diverse bande armate locali, e la mancanza di un governo riconosciuto creano le condizioni perché la schiavitù sia comunemente accettata, diventando una parte reggente del sistema produttivo libico.

Il film ha come tema quello dell’immigrazione dalla Libia in Italia attraverso il Mediterraneo, con il suo carico di morti e lo scontro politico sui salvataggi in mare.

Per l’autore molti di questi immigrati, vorrebbero tornare a casa perché vessati, rapinati, brutalizzati dai mercanti di esseri umani e dalle milizie.

Secondo Severgnini, vengono ingannati, vengono convinti a partire, con il miraggio di trovare il paradiso in Europa.

Le Ong fanno parte di questa rete di inganni, e contribuiscono ad arricchire questa narrazione.

Ma l’autore specifica che quello che gli interessava nel suo lavoro – preceduto da un libro-dossier con lo stesso titolo – più che gli sbarchi nel Mediterraneo era soprattutto la situazione dei migranti nei campi di detenzione in Libia, lager in mano a milizie con cui tutti, governi e non, stringono o devono stringere accordi.

 

 

 

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