Gli stipendi non si aumentano per decreto

Bassi salari e bassa redditività

De Ficchy Giovanni

Entro la prima metà di Luglio il Premier Draghi, dovrebbe incontrare le parti sociali, per risolvere l’annoso problema degli stipendi bassi nel Nostro paese.

I salari in Italia sono troppo bassi, rispetto agli altri paesi europei e perdono terreno di giorno in giorno rispetto all’inflazione, ma purtroppo a differenza di quanto si vuol far credere non è possibile aumentare gli stipendi con un decreto.

Inflazione e potere d’acquisto

I governi si preparano a imporre una frenata alle politiche espansive che in questi anni hanno inondato di liquidità a basso costo i mercati, tale risorse non sono andate a migliorare le capacità produttive delle aziende, ma i governanti ci hanno finanziato anche i debiti pubblici e le politiche dissennate della spesa improduttiva e parassitaria che ha aumentato l’inflazione.

I salari aumentano se anche la produttività aumenta, altrimenti non è facile riuscire a migliorare la posizione economica del lavoratore, a meno che non si intenda far fallire il datore di lavoro.

Come sostiene il Premio Nobel Milton Friedman, uno straordinario pensatore, considerato il principale esponente della teoria economica del monetarismo, secondo cui le forze del mercato, e non certo gli interventi dello Stato, possono assicurare una crescita senza inflazione .

Frasi celebri di Milton Friedman

“Quando i sindacati ottengono salari più alti per i loro membri limitando l’accesso a un’occupazione, quei salari più alti vanno a scapito degli altri lavoratori che trovano le loro opportunità ridotte.

Quando il governo paga ai suoi dipendenti salari più alti, questi salari più alti sono a spese del contribuente.

Ma quando i lavoratori ottengono salari più alti e migliori condizioni di lavoro attraverso il libero mercato, quando ottengono aumenti da parte di aziende in competizione tra loro per i migliori lavoratori, da lavoratori in competizione tra loro per i migliori lavori, quei salari più alti non sono a spese di nessuno.

Possono venire solo da una maggiore produttività, da un maggiore investimento di capitali, da competenze più diffuse.

L’intera torta è più grande: c’è di più per il lavoratore, ma c’è anche di più per il datore di lavoro, l’investitore, il consumatore e persino l’esattore delle tasse.”

L’innovazione tecnologica è un aiuto in più per il lavoratore

A differenza di quanto si possa pensare, gli investimenti in nuove tecnologie, facendo aumentare la produttività, perché migliorano processi produttivi, chiaramente i lavoratori devono impegnarsi nell’acquisire nuove competenze, e a causa dell’ introduzione delle nuove tecnologie cambieranno le figure professionali richieste, meno lavoro manuale , ma molto più lavoro qualificato, anche da remoto.

Io ritengo che crescerà anche la richiesta per competenze di tipo “umano”, ovvero quelle capacità che necessitano della sensibilità degli individui, non replicabili da sistemi automatizzati, in parole povere; verranno rivalutate le capacità prettamente “umane” come la creatività, l’intelligenza emotiva e il pensiero critico.

In sintesi voglio dire che solo aumentando gli investimenti e le competenze e mettendo i lavoratori in competizione così come le aziende, sarà possibile avere salari migliori, e livelli di vita migliore, tutto questo non si può fare per decreto, ma affidandosi al libero mercato ed a una sana e libera concorrenza.

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