Le sanzioni stanno sconvolgendo l’economia russa

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Di Paolo Mosetti

 La resilienza del Cremlino e dell’economia russa, di fronte alle sanzioni immediate e senza precedenti imposte dagli Stati Uniti e i loro alleati in seguito all’invasione dell’Ucraina, ha creato un falso senso di stabilità, sia in chi si augura una sconfitta su tutta la linea dell’Occidente, sia in chi teme che l’Occidente si stia facendo male da solo.

Se in una prima fase la rapidità e l’intensità delle sanzioni hanno fatto crollare il rublo, costretto il mercato azionario russo a chiudere e hanno spinto i russi a fare la fila ai bancomat, a distanza di due mesi e mezzo dall’inizio della guerra la musica è cambiata: l’economia russa sembra essersi «rimessa in piedi» – per usare un recente titolo dellEconomist che sa di beffardo.

La Banca centrale russa guidata da Elvira Nabiullina, tecnocrate-star ammirata in tutto il mondo, ha deciso, in risposta alle sanzioni, di aumentare bruscamente i tassi di interesse al 20 per cento e di imporre rigidi controlli sui capitali.

Questi interventi, insieme al fatto che la Russia continua a esportare petrolio e gas in abbondanza, hanno fatto da paracadute alla crisi.

Il rublo non solo si è stabilizzato, ma è tornato in rapporto al dollaro e all’euro ai livelli precedenti alla guerra.

Non solo: la Russia è riuscita in queste settimane a evitare il default del debito, e ha un attivo della bilancia commerciale che registra livelli record.

Tutto questo ha permesso a Putin di dichiarare vittoria già a metà aprile: «La strategia del blitz economico è fallita».

Ma è proprio così?

Il rublo e la bilancia commerciali sono tornati forti, certo.

Ma non rappresentano l’intera economia, né possono mascherare all’infinito le profonde perturbazioni che si stanno scatenando in Russia – un Paese che sia avvia verso una gravissima recessione, che secondo la Banca di Russia sarà «di natura trasformativa e strutturale».

Il Ministero delle Finanze ha previsto che il Pil russo si ridurrà di circa l’8,8 per cento nel 2022, ma secondo altri analisti occidentali il crollo potrebbe essere del 15 per cento (come non succedeva dagli anni di Eltsin).

Un altro dato: ad aprile, le vendite di auto sono crollate del 79 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno scorso.

Come ha spiegato Khazbi Budunov, economista e blogger del seguitissimo canale Politeconomicsle limitazioni all’esportazione del capitale, insieme alle riserve valutarie accumulate negli anni scorsi (quelle risparmiate dal congelamento dei beni russi all’estero) hanno di fatto annullato le speculazioni che potevano influire sul corso della valuta.

Ma la forza del rublo è per lo più nominale, non assoluta: un trucco cosmetico, insomma. Inoltre, l’inflazione in Russia potrebbe sfiorare il 2o per cento nel 2022, il che significa ulteriore riduzione dei redditi reali.

I russi stanno accumulando valuta ma non possono spenderla come vorrebbero, a causa della struttura sempre più chiusa e impoverita della loro società.

Anche la buona salute della bilancia commerciale russa nasconde l’altra faccia della medaglia: le sanzioni stanno isolando il Paese, tagliandolo fuori dalle importazioni chiave di cui ha bisogno per i beni commerciali e per la produzione industriale.

Su 21 fabbriche di automobili russe, solo una – la cinese Haval nella regione di Tula – funziona ancora normalmente.

Segnando la fine di un’epoca, Renault sta lasciando le mitologiche avtograd di Mosca e Tolyatti. Altre fabbriche riprenderanno la produzione, ma rinunciando agli airbag.

Una bilancia commerciale costantemente in attivo – come peraltro hanno ripetuto per anni i no-euro più radicali, molti dei quali oggi tifano per una debacle di Bruxelles contro Putin – può significare un paese troppo dipendente dall’export e con una domanda interna debole.

Nel caso russo, significa anche meno importazioni ad alta tecnologia (come i microchip per sviluppare armi avanzate) meno prodotti di qualità, un netto calo del tenore di vita per molti strati sociali una sostituzione regressiva dell’apparato industriale.

Tecnologia Russa, sembra inaffidabile

Nulla di simile è mai accaduto in un Paese così vasto, in così poco tempo.

Nelle grandi città sembra tuttavia affermarsi un «partito della normalità»: dopo una pausa a marzo, a Mosca e a San Pietroburgo i caffè, i bar e i ristoranti sono tornati a riempirsi.

In piazza contro Putin non scende più nessuno.

Del resto, anche prima dell’invasione la Russia era un’economia sottoposta a sanzioni.

E, da sempre, la ragione principale della resistenza dell’economia è legata ai combustibili fossili. L’Unione europea non riesce a farne ancora a meno, e ad approvare un embargo sostanziale.

Nel primo trimestre del 2022 le entrate del governo russo derivanti dagli idrocarburi sono aumentate di oltre l’80 per cento rispetto all’anno precedente, e contribuiscono a finanziare la macchina bellica.

Molti russi però non ce la fanno ad attendere la fine della guerra e non vogliono rischiare di trovarsi imprigionati in un Paese destinato a impoverirsi e a diventare sempre più oppressivo.

Secondo i servizi di intelligence russa, nel primo trimestre 2022 3,8 milioni di cittadini russi – in larga parte manager, accademici, giovani istruiti – si sono recati all’estero, a fronte di una media trimestrale che nei 20 anni precedenti era stata circa dieci volte più basse.

Ma una cosa a cui non stiamo prestando attenzione è il grado di esternalizzazione del danno economico della Russia – almeno nel breve periodo – verso i suoi principali partner commerciali nell’Unione Eurasiatica, che vedono le loro valute crollare rispetto sia al dollaro che al rublo, e le loro economie in forte contrazione.

In altre parole, quelli che sembrano numeri positivi in realtà riflettono la cattiva situazione della Russia che rischia di tornare indietro di 30 anni, di diventare sempre più provinciale e dominata dall’ideologia della «Z»: il simbolo dell’invasione che per molti filo-Putin è come un grande «vaffa» al sistema che odiano.

Ma a cosa servono queste sanzioni?

L’aspetto grottesco della vicenda è che, in Occidente, molti anti-imperialisti schierati contro la Nato giudicano la tenuta dell’economia russa con parametri che avremmo un tempo definito berlusconiani: moneta forte, ristoranti pieni al centro, bilancia commerciale in attivo: «gli stiamo facendo il solletico», è il senso del discorso.

Questa negazione della realtà non è solo un riflesso di un certo andare “controcorrente” – augurarsi che le sanzioni falliscano, e portino a una fine più rapida della guerra.

Ma anche di una altrettanto legittima paura: la paura che le sanzioni non siano lo strumento più adatto per far cambiare idea a un paese autocratico; che possano portare all’impoverimento delle fasce più deboli in Europa; a una reazione ancora più brutale da parte di una Russia perdente.

Di fronte a queste preoccupazioni, i danni reali subiti dall’economia russa finiscono in secondo piano e lasciano spazio a una domanda importante: cosa vuole effettivamente ottenere l’Occidente con le sanzioni?

Prima del fatidico 24/2, l’amministrazione Biden aveva inquadrato la minaccia di sanzioni come un modo per dissuadere la Russia dall’invadere l’Ucraina.

Ora non è più così.

Mentre l’esercito russo, pur annaspando, occupa ancora all’incirca il 14 per cento del territorio ucraino, l’obiettivo è stato inquadrato come quello di «vedere la Russia indebolita al punto tale da non poter fare il tipo di cose che ha fatto invadendo l’Ucraina»

. Così il Segretario alla Difesa statunitense, Lloyd Austin. Washington spera di raggiungere questo obiettivo attraverso una combinazione di sanzioni alla Russia e aiuti all’Ucraina.

I dubbi di una grossa parte dell’opinione pubblica e di alcuni dell’Ue derivano dal fatto che oggi non è affatto chiaro cosa significhi una Russia «indebolita» e cosa gli Stati Uniti e gli alleati farebbero con essa: portarla al tavolo dei negoziati?

Aspettare il crollo del regime di Putin?

Propiziare il fallimento di uno Stato con 6mila testate nucleari?

Da qui un dilemma: se, da un lato, negare la durezza delle sanzioni rischia di boicottare gli sforzi di chi, in Russia, cerca di appoggiarsi anche su questo argomento per sfidare la guerra, dall’altro lato sostenere uno sforzo indefinito potrebbe compromettere l’intensità delle sanzioni stesse e la coesione occidentale.

Se poi la guerra si dovesse trascinare, soprattutto se i costi economici dovessero oltrepassare i confini della Russia, in varie capitali europee si potrebbe scatenare una guerra civile prima che a Mosca: una specie di «1917» di tutti gli scontenti silenziati nei due anni di Covid.

Una rivoluzione economica?

Sarà comunque in Russia dove le sanzioni, come atto di pressione economica estrema, avranno le conseguenze più drammatiche. Con le potenzialità di farla diventare il più importante esperimento di autarchia economica dalla caduta dell’Urss.

Una esagerazione? Le sanzioni stanno danneggiando in modo vistoso l’economia russa e ma non è detto che faciliteranno in tempi brevi una risoluzione della guerra.

Eppure, la Banca Centrale russa ha dichiarato che il Paese dovrà attraversare una fase di grandi cambiamenti strutturali per ridurre ulteriormente la dipendenza dall’Occidente e consentire la disconnessione.

Banca Centrale Russa

Questo potrebbe voler dire passare da un modello che in Russia si è basato per trent’anni sull’export come traino, una certa austerità economica e una forte dipendenza dalle esportazioni (tipico del paradigma neoliberale) a un modello in cui è la domanda interna a farla da padrone. Insomma, una specie di keynesismo di guerra.

L’ironia è che questo è uno degli effetti possibili delle sanzioni forse meno considerati da quei segmenti politici che pure vedono la sconfitta di Putin – e la fine del sogno di un mondo multipolare per davvero – come una catastrofe.

Adam Tooze

Secondo lo storico Adam Tooze, vista l’eccezionalità della situazione, non è del tutto assurdo pensare che la Russia possa fare da grande laboratorio mondiale per la Teoria Monetaria Moderna, una corrente economica che si autodefinisce eterodossa e vuole far dimenticare l’importanza di deficit e debito pubblico.

Semplificando molto: la «stampa di moneta» come se non ci fosse un domani.

Qualunque sia l’alternativa, approfittare della guerra per sganciarsi dalla globalizzazione è un enorme compito, per il quale occorrerebbero anni di tempo e una rivoluzione culturale, prima di tutto al Cremlino.

Si renderebbe necessario ristrutturare l’economia, convincere la Cina della propria affidabilità come alleato, garantire un efficace sistema di controllo e comando.

Puntare a una classe media nuova di zecca, convinta della sua missione civilizzatrice.

Molti impiegati di alto livello e laureati dovranno riprogrammarsi o ricollocarsi, presumibilmente nelle aree più remote della Russia.

Potrebbe esserci più lavoro, ma meno sofisticato.

In altre parole, il colmo per le sanzioni potrebbe essere quello di fallire come deterrente nella guerra ma di essere molto più rivoluzionarie di così, convincendo la Russia a riabbracciare uno dei più ingombranti fantasmi del suo passato: la cara, vecchia pianificazione.

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