Orban il maggiaro con il piede in due scarpe

di Gianni Scipione Rossi

Victor Orbán

Dunque Victor Orbán ha rivinto.

Nettamente, per la terza volta consecutiva. Lo hanno votato gli ungheresi in libere elezioni. Niente da obiettare.

L’opposizione sconfitta come sempre lamenta brogli e critica la legge elettorale, che attribuisce al vincitore una larghissima maggioranza parlamentare.

Ma ragionare su questo dall’Italia suonerebbe ipocrita, mentre si discute di cambiare per l’ennesima volta il nostro sistema. Lasciamo perdere.

L’Ungheria è uno Stato sovrano ed è ovviamente libera di scegliere il governo che preferisce.

Che Orbán vinca soprattutto grazie al voto delle campagne – l’Ungheria “profonda”, come si ama dire – non cambia le cose. In nessun paese votano solo i presunti “illuminati”.

Ci vorrebbe il voto per titoli, ma non è detto che funzioni, e comunque sarebbe una democrazia ben limitata… Capita ovunque, anche in democrazie ben più antiche di quella di Budapest. In Turchia, per esempio. Ma l’elenco sarebbe lungo.

Il vero tema è un altro. L’Ungheria fa parte dell’Unione Europea dal 2004, quando fu accolta insieme a Polonia, Slovacchia e Slovenia, il cosiddetto gruppo di Visegrád. Tutti fanno parte della Nato.

Ma l’Ungheria, sia nella Ue sia nella Nato, si distingue per la pretesa di essere comunque diversa. Orbán lo sta dimostrando anche sulla crisi ucraina. Rivendica cioè la sua stretta amicizia con la Russia putiniana.

Non si è opposta alle sanzioni europee ma non le ha votate. Non permette il transito degli aiuti militari nel suo territorio. Ha definito il presidente ucraino Zelensky un “nemico”. Insomma, a Orbán piace stare con i piedi in due scarpe.

Un po’ di qua un po’ di là. Un po’ con l’Europa – con i benefici economici che ne derivano – e con l’Alleanza Atlantica, con il suo ombrello militare, non sia mai…. Un po’ con la Russia, dalla quale dipende per l’85 per cento delle importazioni di gas e per il 65 per cento di quelle petrolifere.

Da italiani cominciamo da poco a capire il problema. Non per caso Putin ha subito telegrafato le sue affettuose felicitazioni.

Lo faranno, in modo meno esultante, i leader europei. È scontato. Ma la questione prima o poi si porrà.

Perché Orbán, con tutto il rispetto per il mito di Mattia Corvino, è rimasto isolato anche nel gruppo di Visegrád e, prima o poi, dovrà chiarire con chi preferisce stare.

Così si configura come una sorta di cavallo di Troia. Nel suo prima uscita post-elettorale ha detto di aver <ottenuto una vittoria così grande che si può vedere anche dalla luna. Di sicuro pure da Bruxelles>.

Una vittoria contro la solita litania di nemici, i burocrati europei, Soros, il supposto “pensiero unico” mondiale.

E ha aggiunto che la sua vittoria ha <mostrato che i valori cristiano-democratici e conservatori non sono il passato, ma il futuro>. Come cattolico e come conservatore, ho una visione un po’ lontana dalla sua, ma può dire quel che vuole.

D’altra parte, per fortuna, non pretende di dirlo anche a mio nome. Il vero problema è se Unione Europea e Nato, ciascuna per le proprie competenze, solo parzialmente geograficamente sovrapponibili, possano continuare ad avere un “socio” più vicino all’Oriente russo che all’Occidente.

Chi fa parte di una Unione e di una Alleanza non può essere per natura in campo neutro. Lo stesso vale per la Turchia di Erdogan in relazione alla Nato.

Ma la Turchia ha dimensioni politiche, militari, demografiche ben diverse da quelle ungheresi. Tuttavia, prima o poi, i nodi vengono al pettine.

Non accadrà domani. Il realismo politico prevale sempre ed è giusto così.

Ma prima o poi… Di strappo in strappo…

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