“L’Italia Oggi purtroppo un Circo”

DI IGNOTO UNO

CIRCO ITALIA

che deve superare i nani e le ballerine per ritrovare dei gladiatori.

La professoressa Ferrero, sociologa e politologa, ha affrontato il tema del uomo e della paura nei sistemi sociali.

Nelle sue ricerche ha dimostrato come l’uomo sia un essere il cui sentimento immediato, che prova di fronte a ciò che è a lui ignoto e minaccioso, è la paura.

La sua capacità di previsione proietta nel futuro sentimenti, reali e immaginari, originati dall’ultimo è più certo terrore, quello della morte.

Le azioni umane, apparentemente mosse da differenti passioni superficiali, nascondono un’unica fondamentale molla: la passione di vivere e la paura della morte che ne è il contraltare

Tra tutte le contraddizioni dell’animo umano che si ripercuotono nella sfera del sociale, quella basilare è più condizionante, nascono dal desiderio di coraggio a fronte di un’istintivo, irrazionale e non dominabile sentimento di paura.

La volontà dell’individuo di difendere la propria vita come un assoluto unico, senza rapporto o legame con gli altri, è la forza misteriosa che, sotto i colpi dellaquotidianità, esplode come vuole e come può, con intensità e direzioni variabili ed imprevedibili.

Su questo si basano tutte le azioni finalizzate alla gestione delle masse dei sistemi totalitari, le dittature.

Come tutti i termini politici, anche «dittatura» è soggetto a molteplici accezioni. Dalle più ristrette a quelle più estensive.

Oggi è spesso usato il concetto della dittatura delle tecnoburocrazie europee.

Il prof Giovanni Sartori, in un saggio del 1972, rilevava quanto il tema della “dittatura tecnoburocratica” non fosse mai stato adeguatamente studiato.

Forse proprio questa mancanza di analisi di allora ha permesso l’irrefrenabile sviluppo delle stesse oggi.

Non è forse una dittatura tecnoburocratica quella che stiamo vivendo oggi?

Premier e ministri tecnici che consolidano il loro ruolo attraverso Comitati Tecnico Scientifici, spesso composto da tecnici non poi così “tecnici”.

Governi che usano i media come una clave finalizzata alla manipolazione del pensiero dei cittadini. Media che nulla altro fanno se non ripetere numeri e immagini che parlano di morte.

Quante volte in questi mesi abbiamo visto riproporre le immagini del corteo di camion militari colmi di bare?

Quante volte al giorno vengono ripetuti, come un mantra, i “numeri del COVID”? E il “rischio di morte reso minore dai vaccini”?

Poi le “mascherine”, da usare anche nella più assoluta solitudine. Mascherine strumento di contenimento della necessità di libertà ancor prima di essere strumento di contenimento del virus. Quale se non questo il significato di obbligarne l’uso anche nella più totale solitudine?

Nessuno vuole negare la drammaticità del COVID ma nessuno, o almeno io e molti altri come me, accettano di veder negata la strumentalizzazione politica che della pandemia è stata fatta da un ceto politico e dirigente incapace di dare risposte concrete e positive alle necessità della nazione.

Un potere politico oramai al capolinea che si autoalimenta delle paure degli italiani per sopravvivere. Paure in alcuni casi indotte ad arte.

Come un vampiro succhia il residuo sangue della sua vittima per sopravvivere a discapito della vittima stessa, così parrebbe voler sopravvivere un ceto dirigente incapace di usare gli strumenti dell’etica e della ricerca di un vero senso del bene comune.

Questa “vittima” ha un nome: Italia.

“È arrivato il tempo dei gladiatori”, probabilmente sarebbero queste le parole che userebbe il prof Lester Milbracht oggi guardando la nostra amatissima Patria.

Milbracht, politologo statunitense del Minesota, teorizzò il “Modello della stratificazione politica” ed identificò nei “gladiatori” coloro che si interessavano alla vita politica della propria nazione.

Gli altri due gruppi erano gli “spettatori” e gli “apatici”.

“Gladiatori”, così li definiva, io li chiamerei, forse ricordando la storia patria ed i più recenti totalitarismi europei di destra e di sinistra, “partigiani”.

Gli ultimi, coraggiosi vincitori di un duro totalitarismo in Europa, furono gli operai polacchi di Nowa Huta, operai non violenti, che urlavano una parola sola: SOLIDARNOSC. Solidarietà, parola spesso abusata oggi. Solidarietà valore in disuso, unico reale appiglio per il rilancio di questa nostra amata Italia.

L’Italia di oggi, stretta fra la paura della morte da virus e dalla morte da perdita di potere di acquisto, si sta sempre più chiudendo nell’individualismo della sopravvivenza.

Esattamente il contrario di quanto avrebbero bisogno gli italiani, ma non i loro governanti ed i loro attoliti.

L’Italia di oggi, come quella dei primi anni cinquanta, per ripartire, ricostruire, ha bisogno di “solidarietà”.

Una solidarietà basata sul fare, molto di più che sul donare.

Oggi è tempo di “gladiatori”, uomini e donne che sappiano vincere la paura dell’ignoto per riprendere il controllo della propria vita.

Uomini e donne, esseri umani, che sappiano governare le proprie paure e tramutarle in forza di agire per il futuro ed il bene loro, dei propri figli, della Patria tutta.

Partigiani che sappiano pensare in modo altruistico, solidale per l’appunto, ben sapendo che solo con l’unione si può tornare a vincere.

Partigiani che sappiano usare il “noi” al posto del “io”.

Partigiani che sappiano amare e non odiare.

Partigiani che sappiano combattere per la libertà dell’Italia.

Libertà per l’Italia da ogni forma di totalitarismo, più o meno dichiarato che esso sia.

Guarreschi, grande scrittore del novecento, attraverso la narrazione del rapporto fra il sacerdote don Camillo ed il sindaco comunista Peppone, raccontava una Italia unità nel fare e nel crescere, italiani con idee diverse in molto ma non nella assoluta volontà di crescere liberi. Italiani pronti a “picchiarsi” per difendere le loro unicità di pensiero ma altrettanto pronti ad “unirsi” per difendere la propria libertà.

Veri “gladiatori” appunto

Oggi, pur se anestetizzati da una melassa televisiva colma di finti intellettuali e molti nani e ballerine da cabaret, gli italiani devono saper riprendere nelle proprie mani la loro vita

Come? Occupandosi del bene comune, che poi non è altro che il loro bene.

che deve superare i nani e le ballerine per ritrovare dei gladiatori.

La professoressa Ferrero, sociologa e politologa, ha affrontato il tema del uomo e della paura nei sistemi sociali.

Nelle sue ricerche ha dimostrato come l’uomo sia un essere il cui sentimento immediato, che prova di fronte a ciò che è a lui ignoto e minaccioso, è la paura.

La sua capacità di previsione proietta nel futuro sentimenti, reali e immaginari, originati dall’ultimo è più certo terrore, quello della morte.

Le azioni umane, apparentemente mosse da differenti passioni superficiali, nascondono un’unica fondamentale molla: la passione di vivere e la paura della morte che ne è il contraltare

Tra tutte le contraddizioni dell’animo umano che si ripercuotono nella sfera del sociale, quella basilare è più condizionante, nascono dal desiderio di coraggio a fronte di un’istintivo, irrazionale e non dominabile sentimento di paura.

La volontà dell’individuo di difendere la propria vita come un assoluto unico, senza rapporto o legame con gli altri, è la forza misteriosa che, sotto i colpi dellaquotidianità, esplode come vuole e come può, con intensità e direzioni variabili ed imprevedibili.

Su questo si basano tutte le azioni finalizzate alla gestione delle masse dei sistemi totalitari, le dittature.

Come tutti i termini politici, anche «dittatura» è soggetto a molteplici accezioni. Dalle più ristrette a quelle più estensive.

Oggi è spesso usato il concetto della dittatura delle tecnoburocrazie europee.

Il prof Giovanni Sartori, in un saggio del 1972, rilevava quanto il tema della “dittatura tecnoburocratica” non fosse mai stato adeguatamente studiato.

Forse proprio questa mancanza di analisi di allora ha permesso l’irrefrenabile sviluppo delle stesse oggi.

Non è forse una dittatura tecnoburocratica quella che stiamo vivendo oggi?

Premier e ministri tecnici che consolidano il loro ruolo attraverso Comitati Tecnico Scientifici, spesso composto da tecnici non poi così “tecnici”.

Governi che usano i media come una clave finalizzata alla manipolazione del pensiero dei cittadini. Media che nulla altro fanno se non ripetere numeri e immagini che parlano di morte.

Quante volte in questi mesi abbiamo visto riproporre le immagini del corteo di camion militari colmi di bare?

Quante volte al giorno vengono ripetuti, come un mantra, i “numeri del COVID”? E il “rischio di morte reso minore dai vaccini”?

Poi le “mascherine”, da usare anche nella più assoluta solitudine. Mascherine strumento di contenimento della necessità di libertà ancor prima di essere strumento di contenimento del virus. Quale se non questo il significato di obbligarne l’uso anche nella più totale solitudine?

Nessuno vuole negare la drammaticità del COVID ma nessuno, o almeno io e molti altri come me, accettano di veder negata la strumentalizzazione politica che della pandemia è stata fatta da un ceto politico e dirigente incapace di dare risposte concrete e positive alle necessità della nazione.

Un potere politico oramai al capolinea che si autoalimenta delle paure degli italiani per sopravvivere. Paure in alcuni casi indotte ad arte.

Come un vampiro succhia il residuo sangue della sua vittima per sopravvivere a discapito della vittima stessa, così parrebbe voler sopravvivere un ceto dirigente incapace di usare gli strumenti dell’etica e della ricerca di un vero senso del bene comune.

Questa “vittima” ha un nome: Italia.

“È arrivato il tempo dei gladiatori”, probabilmente sarebbero queste le parole che userebbe il prof Lester Milbracht oggi guardando la nostra amatissima Patria.

Milbracht, politologo statunitense del Minesota, teorizzò il “Modello della stratificazione politica” ed identificò nei “gladiatori” coloro che si interessavano alla vita politica della propria nazione.

Gli altri due gruppi erano gli “spettatori” e gli “apatici”.

“Gladiatori”, così li definiva, io li chiamerei, forse ricordando la storia patria ed i più recenti totalitarismi europei di destra e di sinistra, “partigiani”.

Gli ultimi, coraggiosi vincitori di un duro totalitarismo in Europa, furono gli operai polacchi di Nowa Huta, operai non violenti, che urlavano una parola sola: SOLIDARNOSC. Solidarietà, parola spesso abusata oggi. Solidarietà valore in disuso, unico reale appiglio per il rilancio di questa nostra amata Italia.

L’Italia di oggi, stretta fra la paura della morte da virus e dalla morte da perdita di potere di acquisto, si sta sempre più chiudendo nell’individualismo della sopravvivenza. Esattamente il contrario di quanto avrebbero bisogno gli italiani, ma non i loro governanti ed i loro attoliti.

L’Italia di oggi, come quella dei primi anni cinquanta, per ripartire, ricostruire, ha bisogno di “solidarietà”.

Una solidarietà basata sul fare, molto di più che sul donare.

Oggi è tempo di “gladiatori”, uomini e donne che sappiano vincere la paura dell’ignoto per riprendere il controllo della propria vita.

Uomini e donne, esseri umani, che sappiano governare le proprie paure e tramutarle in forza di agire per il futuro ed il bene loro, dei propri figli, della Patria tutta.

Partigiani che sappiano pensare in modo altruistico, solidale per l’appunto, ben sapendo che solo con l’unione si può tornare a vincere.

Partigiani che sappiano usare il “noi” al posto del “io”.

Partigiani che sappiano amare e non odiare.

Partigiani che sappiano combattere per la libertà dell’Italia.

Libertà per l’Italia da ogni forma di totalitarismo, più o meno dichiarato che esso sia.

Guarreschi, grande scrittore del novecento, attraverso la narrazione del rapporto fra il sacerdote don Camillo ed il sindaco comunista Peppone, raccontava una Italia unità nel fare e nel crescere, italiani con idee diverse in molto ma non nella assoluta volontà di crescere liberi. Italiani pronti a “picchiarsi” per difendere le loro unicità di pensiero ma altrettanto pronti ad “unirsi” per difendere la propria libertà.

Veri “gladiatori” appunto

Oggi, pur se anestetizzati da una melassa televisiva colma di finti intellettuali e molti nani e ballerine da cabaret, gli italiani devono saper riprendere nelle proprie mani la loro vita

Come? Occupandosi del bene comune, che poi non è altro che il loro bene. Della nostra amata Italia, appunto, da gladiatori che vogliono smettere di “stare dietro” e comprendono la necessità di “venire avanti”.

Ignoto Uno

Ignoto Uno

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