Dal Manifesto di Ventotene ad Oggi

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Ignoto Uno

illustrazione del manifesto

Fotografia attuale…
Speranza di un futuro?

diventerà mai un Manifesto?

L’elezione della più alta carica dello Stato che gli italiani, sempre più lontani dalle Istituzioni e dalla politica, sono stati, loro malgrado, costretti ad assistere, non può che portare ad una riflessione grave ed impellente.

Riflessione che prende origine dalla “forzata” rielezione del Presidente Mattarella, ma che trova costanti conferme in ogni passaggio della attuale vita politica ed istituzionale italiana.

Rielezione che sembrava ai più attenti già scontata nei mesi precedenti il momento elettivo a prescindere dalla reale volontà del Presidente Mattarella.

Elezione che ha fotografato la drammatica pochezza dei partiti di tutto l’arco costituzionale. Partiti assolutamente incapaci di scegliere, prescindendo dai propri interessi, spesso di piccolo cabotaggio, comunque di “bottega”.

Rielezione che, pur se scontata, ha richiesto otto “chiama” e tanti giochi tattici.

Giochi che nulla avevano a che vedere con le urgenze della Nazione. Giochi utili esclusivamente a tenere sotto controllo il voto dei cosiddetti “peones”.

Rielezione che porta in se una semplice domanda: cosa ci regala la partitocrazia italiana oggi?

Facile in queste ore di profondo sconforto, a causa di quanto abbiamo dovuto assistere, dare risposte trancianti, risposte che non aiuterebbero certamente la Nazione a prendere coscienza della gravità in cui la stessa sta vivendo, ne tantomeno porterebbero a un ragionamento che, questo unico percorso credibile, darebbe una speranza alle famiglie ed ai giovani.

Indubbiamente i tanti “egocentrismi” ed “egoismi” della partitocrazia degli ultimi venti anni hanno lasciato tracce profonde e tristi, ferite difficili da accettare e pericolose per il Paese.

Parlamentari “nominati” per fedeltà al “capo”, burocrati e manager altrettanto proni agli interessi di pochi, istituzioni piegate a logiche di potere e non centrate sui propri obblighi costituzionali.

Fotografia che vede gli italiani tutti, al netto di molti opinionisti che narrano la nostra amatissima Italia come un paese perfetto, il migliore al mondo, consapevoli e, spesso, disgustati.

Oramai la spesso citata “questione morale” della prima repubblica è insufficiente a rappresentare il dramma che l’Italia sta vivendo.

Da questa fotografia, però, è necessario partire per ricostruire un ceto politico, e dirigente, capace di riportare l’Italia a quei fasti che la storia ci insegna.

Fasti spesso menzionati ed  in questo caso l’Italia si unisce quasi tutta. Italia più avvezza a guardare al passato che a prendersi, magari in prima persona, le proprie responsabilità di scelta.

Scelte che, se altruiste e lungimiranti, impatteranno sul futuro e permetteranno ai nostri figli di vivere nel paese dove sono nati felici e liberi. Liberi di pensare, parlare, rischiare per avere successo umano e professionale.

Fotografia che ci costringerà a vedere tanti “tecnici” in posizioni di potere reale. Tecnici spesso molto amici dei “poteri forti” ma non sappiamo se altrettanto spesso amici dell’Italia e degli italiani.

Dubbio che nasce da molte scelte strategiche che i susseguenti governi basati, appunto, su tecnici e su premier non legittimati da un personale passaggio elettorale hanno ritenuto prendere in questa seconda triste repubblica.

Esempi, tanti, che destano dubbi.

Cosa dire di vicende come il fallimento del ILVA, quello di Alitalia poi divenuta Ita, della nazionalizzazione di autostrade Spa a spese dei contribuenti dopo la tragedia del ponte Morandi che ha reso palese lo stato di degrado in cui versano le nostre infrastrutture autostradali?

Tutte vicende ove lo Stato, o uomini dello Stato per meglio dire, hanno determinato ove doveva indirizzarsi parte della ricchezza della Nazione. Hanno allocato competenze, quote di mercato. Incredibilmente, spesso, parrebbe abbiano ritenuto di dover favorire aziende estere ed interessi stranieri.

Esempi fulgidi di sudditanza a poteri internazionali. Poteri che, anche correttamente dal loro punto di vista, interpretano l’Italia come un osso da spolpare.

Tanti i politici di carriera pronti a dire tutto ed il contrario di tutto ed a fare alleanze con chiunque pur di rimanere al potere, essere visibili.

Come non rabbuiarsi nel vedere le risse televisive vuote di ogni contenuto o politici che permettono a improvvisati attori di essere presi alla berlina senza nessun reale contenuto in termini di satira? Magnifici, e rimpianti, gli antichi tempi di Alighiero Noschese, finanche quelli del Bagaglino.

Oggi la commedia esce dai teatri e dagli schermi televisivi per divenire realtà. Come dimenticare il farsesco, se non fosse tragico, passaggio fra il governo Conte1 ed il Conte2?

Parlamentari nominati e, conseguentemente, senza un reale potere politico. “Nomine” avvenute, in moltissimi casi, non per competenza o per forte capacità di leggere le istanze del proprio corpo elettorale. Nomine che annullano troppo sovente il legame fra l’eletto (nominato) ed il suo corpo elettorale. Nomine determinate dalla “fedeltà” al leader di turno.

Peones, vera maggioranza oggi, che hanno blindato lo status quo parlamentare per garantire a se stessi ancora un anno di vita nelle stanze del potere. Certi di essere, tutti o quasi, senza un futuro politico.

Una burocrazia prona al potere, quello vero, quello che spesso soffia dall’estero, almeno sotto la forma del “lo dice l’Europa”.

Di tutta evidenza questo sistema di potere e questi partiti, pur oramai totalmente non credibili nel Paese, non si “suicideranno” mai. Chi lo farebbe? A memoria dobbiamo tornare a Socrate, ed alla sua cicuta, per trovare tanto rigore nei comportamenti.

Di cosa ha necessità, però, il Paese? Sarà questo Parlamento a dare le giuste risposte a queste urgenze?

Possiamo noi italiani aspettare la prossima legislatura per vedere un Parlamento ridare slancio, fiducia, prospettiva e felicità alla Nazione tutta?

I “normali cittadini” chiedono con forza urgenti riforme radicali che liberino idee, risorse e diano stabilità e credibilità al Paese.

L’Italia richiede un progetto, una strategia di lungo periodo. In parole povere vuole scelte che permettano ai cittadini di avere certezze sul futuro.

Probabilmente la Nazione è pronta a forti riforme costituzionali quali l’elezione diretta del Presidente. Un presidente con poteri reali bilanciato da un Parlamento altrettanto capace di svolgere la propria azione istituzionale.

Probabilmente la Nazione è pronta ad una riforma costituzionale che porti ad un mono cameralismo basato su parlamentari fortemente collegati al proprio corpo elettorale.

Probabilmente la Nazione è pronta ad una riduzione del numero delle regioni, all’abolizione delle province, ad un accorpamento amministrativo dei comuni nel rispetto dei “campanili”, vera ricchezza culturale e storica del Paese.

Riforme costituzionali che necessitano nello scriverle di competenze capaci di equilibrare i pesi dei singoli organi istituzionali.

Senza ogni dubbio il Paese esige una riforma della magistratura che renda la stessa terza rispetto alla politica.

Altrettanto certamente la Nazione richiede riforme che rilancino ogni ordine e grado del nostro sistema scolastico ed universitario.

Tutte riforme forti e reali, non di facciata come già abbiamo visto in questa triste e mai decollata seconda repubblica.

Con ancor minore difficoltà possiamo affermare che gli italiani non sono più disponibili a subire una pressione fiscale così alta e castrante dello sviluppo economico. Pressione fiscale che non vede un bilanciamento nella qualità e negli standard dei servizi pubblici erogati attraverso una burocrazia troppo spesso autoreferenziale.

Quando nel 2009 fu fondato il M5S queste erano le ragioni per cui una ampia percentuale del corpo elettorale lo accolse come una speranza. Speranza delusa in toto a causa di un gruppo dirigente del Movimento più attento alla propria crescita personale che alle istanze dei proprio corpo elettorale e della Nazione. Movimento oggi deflagrato in mille gruppetti.

Nel frattempo sono passati altri 13 anni. Già alla fine della prima repubblica, infatti, era il lontanissimo 1993, queste riforme erano già tutte ben necessarie.

Oggi i parlamentari, estremamente attenti a vedere la legislatura avere termine alla data naturale per “evidentissimi altissimi interessi della Nazione”, avrebbero l’opportunità di dare un messaggio di novità ed attenzione alle reali istanze di un ampia fetta del paese.

Messaggio da consolidare, appunto,  nel periodo che ci separa dal termine naturale della legislatura.

Allo stesso tempo, la stessa Nazione, che con sempre maggiore evidenza vive con disagio questo ceto dirigente ed è in sempre più palpabile attesa di una forte e credibile novità, sa che, se una parte di questo ceto dirigente faciliterà il cambiamento, la “novità” potrà prendere forma velocemente e concretamente, senza strappi ma in continuità con il passato.

“Novità” che, ancor più oggi dopo quanto si è dovuto vedere con la elezione del presidente della repubblica, è platealmente agognata dai cittadini.

Questa istanza esigerebbe una democrazia compiuta. Proprio in questa equazione si potrebbe vedere, e dare valore, il ruolo di “novità” dei tanti parlamentari fuoriusciti dai rispettivi partiti in questa legislatura.

Parlamentari che potrebbero esprimere il proprio ruolo di interpreti delle istanze dei cittadini trasformandosi da “peones in libera uscita” in catena di trasmissione del paese verso le istituzioni.

Fuoriusciti che oggi potrebbero richiamare a loro stessi il valore di aver compreso per primi che l’attuale Parlamento non ha più il polso del Paese e, conseguentemente, la capacità di rappresentarlo.

L’occasione è chiara ed evidente, c’è un popolo che attende un segnale nuovo, un segnale forte di credibilità e di competenza nel leggere le diverse istanze, anche divergenti, della Nazione.

Una nuova forza che sappia fare sintesi ed unire.

Una nuova forza che sappia declinare l’Atlantismo con l’europeismo, sapendo riportare il pensiero al mai troppo dato per superato “Manifesto di Ventotene” con il quale Altiero Spinelli prefigurava una Europa federale e fra pari. Non “lo vuole l’Europa” ma “lo vogliono gli Italiani in un pensiero europeo condiviso” all’interno di alleanze storiche che hanno già dimostrato la propria credibilità.

Nuova forza che sappia essere il luogo di mediazione della Nazione e che, esattamente come seppero fare gli uomini ed i partiti della Costituente, sappia riportare al centro il valore della libertà per l’Italia.

Entità capace di fare sintesi delle esigenze diverse della Nazione garantendo a tutti un equilibrio che dia stabilità e crescita.

Entità che sappia esprimere un ceto dirigente che possa essere, non solo sul piano etico, adeguato alla storia dei De Gasperi, Nenni, Togliatti, Ugo La Malfa, politici che, nella loro diversità, amavano la nostra Patria. Uomini che ebbero la capacità di dare una direzione di pace e di benessere al nostro Paese.

Entità che sappia garantire uomini con la schiena dritta nei posti chiave della Nazione.

Amministratori del bene comune, statisti che nel dire “noi” non pensano a se stessi ma al loro essere membri del popolo italiano. “Noi” appunto, non loro.

Ignoto Uno

ideali

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