MUSICA E BIRRA – Parte 2

0
3

Una delle più antiche ricette egiziane per la fabbricazione della birra ci è pervenuta tradotta da Zosimo di Panapolis, un chimico che scrisse prima dell’epoca di Fozio. Per questo processo, che ricorda i pani d’orzo (happir) usati dai Sumeri e da Fritz Maytag nel 1989, venivano impiegate tre qualità di orzo: nero, bianco, rosso. Vi sono inoltre notizie secondo cui la birra egiziana sarebbe stata, all’occasione, aromatizzata con miele, lavanda, cedro o noce moscata e che la birra prodotta per il gentil sesso, e spesso da questo fabbricata, fosse aromatizzata con fiori. Per quanto radicale possa sembrare la teoria del dottor Katz, essa è superata da quella dell’egittologo, nonché fabbricante di birra, James Death, il quale, per primo, scrisse nel 1886 che la birra era “uno dei lieviti dell’Esodo, fino a questo momento sconosciuti”. In altre parole, oltre un secolo fa, Death si convinse che il Libro della Bibbia dell’Esodo (Esodo 12: 15-20) parlasse della birra. Egli aggiunse che l’ammonimento di Mosè contenuto nel capitolo 12 del Libro dell’Esodo, di astenersi dal consumo di pane lievitato durante la Pasqua ebraica era, in realtà, un ammonimento ad astenersi dalla birra. Il fatto che il consumo del vino fosse consentito indica il livello più alto su cui era collocata la birra. Tutto ciò naturalmente implica il fatto che la birra era bevuta frequentemente tanto tra gli schiavi israeliti quanto tra i padroni egiziani. Sempre secondo Death, la birra era semplicemente un altro prodotto lievitato da includere nella vita quotidiana, insieme al pane lievitato. Come sappiamo, la produzione di birra era comune nell’antico Egitto, e non è inconcepibile che molti israeliti fossero impiegati in tale occupazione durante il loro periodo di schiavitù in Egitto e che molti tra gli israeliti stessi ne producessero anche in ambito domestico. James Death era un produttore di birra che divenne anche una sorta di studioso del Medio Oriente, lavorando in qualità di consulente e chimico presso la fabbrica di birra del Cairo, ai tempi in cui l’Egitto era un protettorato britannico. Ritiratosi nella sua casa londinese di Oakley Crescent, Jim Death prese carta e penna ed iniziò a pubblicare articoli in riviste settoriali quali The Brewer’s Guardian. Nel Marzo del 1887, egli convinse la Trubner & Company a pubblicare in un libro la sua stupefacente storia. Death inizia sottolineando le similarità tra il pane lievitato, così com’è descritto nella Bibbia e i pani d’orzo, o happir, che erano usati in tutto l’antico Medio Oriente come soluzione più rapida per la produzione della birra, in sostituzione della tradizionale miscela, in quanto richiedevano la semplice aggiunta di acqua. Death ci ricorda inoltre che la Bibbia (Giudici 6: 19-20) parla di cottura del pane e di produzione di brodo. Egli citò la sua esperienza personale con la Boosa, locale birra egiziana, ancora comune nel diciottesimo secolo, che si produceva usando inizialmente un pane cotto, fatto con farina non lievitata mescolata a malto ed acqua, che durante la notte diventava un “intruglio fangoso” contenente un’elevata percentuale di anidride carbonica e alcool. Tale “birra” in tempi remoti era usata anche per far lievitare il pane. Death prosegue suggerendo l’ipotesi che l’antica machmetezth ebraica altro non fosse che l’equivalente della Boosa. Il consumo di birra nel corso della storia fu considerevole, come indicano documenti relativi al Regno Centrale d’Egitto (verso il 1800 a. C.), secondo cui alla corte reale venivano consegnate giornalmente ben 130 brocche di birra. A un certo punto, è indicato che la regina stessa ricevette cinque brocche, ovvero l’equivalente di almeno altrettanti boccali da un litro, in un solo giorno. Nell’opera erudita dell’Arcivescovo ROLLESTONE, “Sull’origine e antichità del vino d’orzo”, pubblicata nel 1750 e basata sul suo riesame di testi dell’antichità, egli descrisse la birra o vino d’orzo, come un prodotto dall’origine assai più antica di quanto non si fosse soliti allora supporre. “È degno di nota”, egli scrisse, “il fatto che certi esseri viventi riescano a lavorare e a sopportare la fatica con spensieratezza, utilizzando esclusivamente quanto basta a sostentarli e a tenerli in vita. Non è di certo questo il caso degli uomini. Essi non sanno resistere senza l’aiuto di qualcosa di alcolico che dia refrigerio, un liquore che sollevi loro l’umore, qualcosa insomma di più forte della semplice acqua”.

Redatto da Giovanny De Ficchy Ed Eros Spada

Rispondi